L’educazione affettiva tra scuola e famiglia: perché difendere l’innocenza dei nostri figli non è ignoranza, ma tutela


Oggi si fa un gran parlare del Decreto Valditara e delle nuove restrizioni sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, in particolare nella scuola primaria e dell’infanzia. È un tema che accende gli animi, divide l’opinione pubblica e spesso viene liquidato con slogan politici. Ma se proviamo a fare un passo indietro, uscendo dalla polarizzazione ideologica, e guardiamo alla realtà concreta delle famiglie, ci accorgiamo che la questione tocca corde molto più profonde: la tutela dell'infanzia, il rispetto dei tempi di crescita e il valore del corpo.

L'evoluzione di questi progetti scolastici nell'arco degli ultimi anni mostra una metamorfosi evidente, che fa riflettere molti genitori sul confine tra scuola e famiglia.

Dalle nuvolette delle emozioni alle "domande anonime"

Fino a qualche tempo fa, i progetti di educazione all'affettività nella scuola primaria erano strutturati principalmente come percorsi di alfabetizzazione emotiva. Si insegnava ai bambini a dare un nome a ciò che sentivano: la rabbia, la gioia, la delusione, la tristezza. Si usavano strumenti pedagogici semplici, come i disegni delle nuvolette con i volti allegri o imbronciati. Era un lavoro di introspezione, di ascolto e di rispetto reciproco. Il corpo e la fisicità non venivano toccati, perché non era ancora il momento. Si coltivava l'interiorità.

Negli anni successivi, lo scenario è cambiato radicalmente. In diverse quinte elementari sono entrate in classe figure sanitarie, come le ostetriche, ed è stato introdotto il metodo della "scatola delle domande anonime". L'intento, sulla carta, era dare uno spazio sicuro ai dubbi dei bambini. All'atto pratico, molti alunni sono tornati a casa destabilizzati, con una scia di dubbi e domande su oggetti e pratiche adulte, concetti come sex toys o dettagli anatomici espliciti, che a 10 anni non dovrebbero nemmeno sfiorare la mente di un bambino.

Cosa è successo in questi anni? Si è confusa l'educazione alle emozioni con l'iper-sessualizzazione precoce.

Il paradosso del controllo genitoriale

Oggi le famiglie hanno molti più strumenti informativi rispetto al passato. Molti genitori si impegnano quotidianamente per proteggere l'innocenza dei propri figli, vigilando sui dispositivi elettronici, filtrando l'accesso a YouTube e ai social e cercando di accompagnarli alla scoperta della vita con gradualità.

Il paradosso degli ultimi anni è stato proprio questo: un genitore faceva un ottimo lavoro di protezione e filtro a casa, ma poi quel filtro rischiava di saltare a scuola. Bastava che un solo compagno di classe fosse più precoce o navigasse sul web senza controllo per trascinare l'intera classe in dibattiti e spiegazioni totalmente fuori target per la loro età emotiva e cognitiva.

L'effetto ricreazione e il ruolo della scuola

Sia chiaro: le domande scomode e i bambini più precoci ci sono sempre stati e ci saranno sempre! 
È una realtà inevitabile che già nei primi anni delle elementari alcuni alunni abbiano accesso a contenuti multimediali violenti o decisamente da adulti (come serie TV non adatte alla loro età). Gli stimoli esterni perturbanti, capaci di creare piccoli "disturbi" emotivi o dubbi che i bambini magari si vergognano persino di confessare a casa, sono una realtà della vita di comunità. I bambini parlano tra loro, si confrontano, a volte si scambiano informazioni distorte.

Ma il punto focale è proprio questo: se questo "rumore di fondo" è inevitabile a livello spontaneo, la scuola non può e non deve farsi cassa di risonanza. Un conto è il bambino che fa la domanda maliziosa al compagno durante l'intervallo (dinamica a cui molti compagni nemmeno prestano attenzione, lasciandosela scivolare addosso perché concentrati sui loro giochi) e un conto è l'istituzione scolastica che legittima quel dubbio, lo mette al centro della lezione e lo amplifica davanti a tutti. La scuola ha il compito di proteggere e strutturare, non di andare a stuzzicare o anticipare curiosità che non appartengono alla maturità di quella fascia d'età.

La differenza tra biologia e astrazione mentale

Se guardiamo a come veniva gestita questa materia nelle scorse generazioni, l'approccio era radicalmente diverso: era radicato nelle scienze umane e nella biologia. Si studiava il corpo, la meraviglia dei suoi cambiamenti naturali, la diversità oggettiva e tangibile tra l’anatomia maschile e quella femminile e l'apparato riproduttivo. Finiva lì.

Oggi, invece, si assiste alla tendenza di voler spingere i bambini verso concetti astratti, complessi e fortemente psicologizzati, come la fluidità di genere, o l'idea che l'identità sia qualcosa che si può ridefinire la mattina in base a come ci si sveglia.

Ma l'essere donna, così come l'essere uomo, non è un'etichetta o uno stato d'animo passeggero. Ridurre l'essere donna a un "giro ormonale" o al fatto di sentirsi nervosi e avere voglia di piangere, come a volte si sente dire in certe banalizzazioni odierne, significa svuotare di significato l'identità femminile. L'essere donna porta con sé una profondità di vissuto, di carne, di ciclicità legata alla natura e di esperienze reali che non si possono riassumere in una percezione fluida del momento.

Proporre a bambini piccoli l'idea che la realtà biologica del proprio corpo sia un optional rischia solo di creare una profonda disconnessione corporea, proiettandoli in un labirinto di dubbi mentali prima ancora che abbiano imparato a camminare saldi nella propria terra.

Perché il filtro della famiglia è necessario

È esattamente per questo motivo che la linea del decreto sul consenso informato e sul blocco di certi percorsi alla primaria riscontra una forte condivisione. Non si tratta di voler "oscurare" l'educazione o di lasciare i ragazzi nell'ignoranza. Si tratta di ristabilire una priorità educativa.

L'ingenuità dei bambini non è un vuoto da colmare a tutti i costi e il prima possibile con nozioni adulte; è uno spazio protetto, un terreno fertile in cui l'anima e l'identità possono germogliare e fortificarsi. La scuola deve continuare a insegnare le scienze e il rispetto civile, ma la scelta di quando e come aprire le porte a tematiche così intime e profonde deve tornare nelle mani dei genitori, gli unici che conoscono davvero la sensibilità, i tempi e la maturità del proprio figlio.

Questo non significa affatto lasciare i ragazzi da soli davanti ai propri dubbi o alle proprie fragilità. Le scuole, infatti, dispongono già di uno strumento istituzionale estremamente valido e mirato: una sorta di "Spazio Ascolto". In questo luogo protetto, la figura professionale dello psicologo scolastico accoglie i ragazzi che sentono il bisogno di aprirsi o di confrontarsi con un adulto esterno alla famiglia e alle dinamiche della classe.

Si tratta di una risorsa fondamentale che interviene sul singolo, laddove c'è un reale bisogno, senza forzare l'intera classe a subire dibattiti precoci. Lo Spazio Ascolto funge così da canale personalizzato e da prezioso collegamento tra la scuola e la famiglia, offrendo un supporto concreto per superare le difficoltà nel pieno rispetto dei tempi di ogni studente.

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